Improvvisamente e in gran fretta si consumano le perdite.
A casa nostra fare la buca significa una cosa sola, ma ciò che ha preceduto la buca è stato un film grottesco e incancellabile.
Quando il rantolo è stato intollerabile ci siamo rivolti ad un medico il quale ha diagnosticato nulla e siamo tornati a casa, quasi sollevati. Invece sulla porta c’è stata la prima crisi respiratoria, una di quelle che non sai che fare e assisti a visioni infernali, lette da qualche parte (gli occhi di fuori, la lingua blu). Il salvataggio mediante intubazione e la notte in clinica. Il ritorno a casa e una nuova crisi. Il massaggio cardiaco e di nuovo un tubo che viene cacciato in gola in fretta e furia in cerca d’aria. Respira, respira. Dorme tranquilla. Durante la mia visita il pomeriggio successivo non mi riconosce, è in grande e incomprensibile agitazione. Eccolo finalmente il rantolo, il dottore adesso lo sente e non sa spiegarlo, gli esami non indicano alcunché. La crisi ritorna, lo sapevo. Non so che fare, come aiutare, telefono e chiedo consiglio a casa. Sopprimere, mi dicono. Sì, ma prima deve tornare a respirare, rispondo io. Deve essere intubata e io aiuto, collaboro, tengo la bocca aperta, ma non guardo. L’anestetico intramuscolo d’urgenza funziona. La crisi respiratoria cessa, poi arriva - improvviso - il respiro, il corpo si riprende, si muove e poi ricade con un rumore nuovo, sordo. E’ morta dico al medico. Lui si agita, mi ordina di prendere uno strumento sulla mensola, fa un violento massaggio cardiaco. Mi spiace anche per lui. Lo richiamo. Francesco è morta, gli ripeto. Dev’essere stata l’anestesia, concludo. Il medico è un po’ perduto. Un cane è arrivato per una non precisata difficoltà respiratoria, nemmeno udibile. Tre successive crisi senza motivo e ora giace lì, sul lettino di acciaio. Forse una paresi della trachea dice quasi a se stesso. Io guardo il cane, era così buono. Per anni non è mai voluto uscire dal recinto. Poi improvvisamente ha deciso che voleva. Brevi incursioni in giardino per poi tornare al cancello. Faceva anche un po’ ridere. Le incursioni nel tempo di facevano più lunghe e gioiose. Ma era iniziato un rantolo, brutto anche se occasionale. A lungo ho insisto perché andasse dal medico, eppure questo non lo ha riscontrato. Una visionaria, avrà pensato di me. Sono rimasta circa trenta minuti con lei nella stanza, poi ho ritelefonato, con tatto ho spiegato a chi stava arrivando di non partire più. Che sarei tornata io. Sono partita con il cane morto sul sedile anteriore e con il senso di colpa dentro la testa, per averla spinta ad uscire in questi mesi, per averla costretta ad un tragitto traumatico verso la clinica ventiquattro ore prima, per averla fatta morire così, in un modo tanto atroce. L’aria che non arriva, non arriva. Chissà se in quell’ultimo momento è arrivata, non so. Mi consola che ero lì, con lei, anche se non mi riconosceva più. Negli ultimi istanti, anche io dentro quell’ultimo spasmo. E quando, in tarda serata, sono andata a prendere Age, le ho fatto fretta. Le ho detto Papà ci aspetta. Ha fatto la buca. Lei ha smesso ogni attività e mi ha guardata con due occhi così. Siamo andate a casa, per l’ennesimo funerale, nel nostro giardino tempestato di buche che non sappiamo più neppure con certezza dove scavare.
Il giorno dopo siamo andati nella Valle Incantata, e guardando in lontananza, ho intravisto un gruppo di cavalli liberi che, tutti in fila, andavano incontro al tramonto. Animali lievi, silenziosi, in cammino.

Ho sognato i morti.
Morti veri, andati vent’anni fa o morti della mia vita, usciti, amati e perduti.
Donne, in entrambi i casi. Mi sono svegliata chiedendomi perché, che cosa volevano dire o dirmi.
Mentre preparavo il caffè e poi, mentre lo sorseggiavo, ho acceso la tv.
La strisciolina rossa in basso dava le notizie più importanti.
Non leggo più bene come una volta, allora mi sono seduta sulla sedia più vicina allo schermo per guardare le parole scorrere.
Ecco cosa volevano dirmi i morti, stanotte. Che ritornano.
Una goccia è caduta nella tazza del caffè che avevo in mano.
Bentornata, Ingrid. Bentornata.
Quando era appena un bambino (faceva la seconda elementare) si tagliò via un pezzo di polpastrello pulendo verdura per le sue oche, prima di andare a scuola. All’età di nove anni decise di essere stanco di mangiare a pranzo la pasta cotta al mattino presto da sua madre e iniziò a cucinare. Mentre i suoi due fratelli maschi correvano per la strada, giocavano a pallone e si tiravano pugni, lui sedeva accanto alle donne della via ad osservare ricami, tessuti, cuciture, lavaggi col sapone di Marsiglia. Ogni tanto suo padre caricava lui e i suoi fratelli sul carretto e li portava al fiume dove sguazzavano nelle acque pulite. In terza elementare portava rose alla sua maestra, le stesse che coltivava da solo nel suo giardino. A dieci anni conobbe una ricca famiglia romana che viveva nella casa più importante del quartiere. Non avevano figli e si affezionarono a questo bambino che passava a trovarli portando un fiore. Ne seguirono la crescita, spesso lo portavano con loro a Roma. Il signore si faceva accompagnare al Circolo ai Parioli e gli parlava delle origini polacche e nobili della sua famiglia, gli mostrava i mobili antichi e gli spiegava l’arte. La signora lo ospitava nella sua grande casa vicino Piazza Navona e trovava che quando lui era lì le stanze sembravano più luminose. Lui cucinava con lei deliziosi pranzetti e tutti e due uscivano per portare i bassotti a spasso per tutta la città. Da grande, spesso, quando i suoi amici erano al mare o a divertirsi, lui trascorreva la domenica con loro, con la sua seconda famiglia, molto più adatta a lui, per quella innata eleganza, diversa dal mondo di operai e di gente di campagna, dai quali aveva però appreso ogni tradizione semplice e popolare. Insieme fino all’ultimo giorno, fin quando si ritrovò solo, ma ricco e per un attimo perse la testa. Rientrò quasi subito in se stesso. Oculato, ma intraprendente, serio e concreto, sistemò la grande casa della sua infanzia serena e ci si trasferì dopo averci lavorato per un anno intero insieme a muratori e architetti che licenziò in tutta fretta, quando comprese che ne capiva più di loro. Infine incontrò una ragazza di sinistra che insisteva per pagarsi la cena. La cosa fece scalpore, lo scapolo d’oro s’era accoppiato. Ebbe, per sua fortuna, una figlia femmina con la quale continuò a cucinare torte e a cucire tende, tovaglie e a fare orli ai pantaloni. Niente bambole in casa, per altro, ma molti viaggi all’estero e una grande comune passione per il mare, la campagna e gli animali. Grande senso dell’orientamento nella vita e nelle città sconosciute, un costante, sereno sorriso sulle labbra, operoso fino all’estremo e molto generoso, è amato anche dai passanti. E quando sere fa è stato vittima di uno shock anafilattico, anche se non respirava quasi più, ha mantenuto la calma fino alla fine, fin quando non ha ricominciato a respirare. E io con lui, lo Svedese.

Se mi chiedessero cosa c’è di più bello nella vita, magari ci penserei un po’ su, ma senz’altro risponderei la gente.
Come quando faccio amicizia con il nuovo compagno di una mia amica e dopo due ore è come se ci conoscessimo da sempre. Come quando cerco e trovo in rete l’indirizzo e-mail di un carissimo, ma vecchissimo amico e gli scrivo ti ricordi di me? E lui risponde immediatamente, Incredibile, certo che mi ricordo di te, mi ricordo benissimo, anche se sono passati 21 anni.
Non è vero, non è passato tanto tempo, appena qualche giorno dall’aria che tira, perché c’è qualcosa che il tempo non intacca.
Come quando porto un libro ad una nuova amica, una del mio speciale clan delle mamme. Lei non se l’aspetta, è felice del pensiero, del gesto, me lo ripete tre volte, del fatto che me ne sono ricordata.
Come quando chiamo il mio ex dopo più di un anno e gli parlo come se fosse ieri, lui non mi riconosce subito, poi ride di cuore.
Gli affetti, i gesti, le sensazioni, la vicinanza, le affinità, la gente.
La sveglia suona, poco prima delle sette.
La casa dorme.
Fuori, appena qualche canto di primavera, meno affascinante dell’estivo canto notturno.
Che giorno è.
Bella domanda.
Nessuna risposta.
Riprovo, che giorno è.
La sveglia ha suonato, quindi dev’essere un giorno feriale, ma quale.
Allora provo a pensare a quello che ho fatto ieri nel pomeriggio, tanto per distinguere l’oggi.
Nulla.
Cosa ho fatto ieri, oltre al lavoro.
Silenzio nella mente.
Lo sforzo è terribile, faticoso, frustrante.
Che giorno è.
Finalmente vedo una strada, un negozio, un viso, una carta di credito che non passa.
Eccomi, sono arrivata ad oggi.
Giovedì.
Il numero no, è troppo, il mese dev’essere giugno.
Ma siamo proprio sicuri che non sia maggio.
Di certo non è aprile, se sono ancora qui, dentro questo letto, sveglia.
Il resto è relativo.
Bilancio cognitivo, età media 75 anni.
Hai visto quel cane che sembra Genny, nel secondo box?
(vado, accorro, mi precipito)
N’te’ tenero, però dai, non le somiglia. Poi è un maschio.
(si inserisce Age)
Mamma, come pensi di trovare un cane come Genny, dai..
E’ già capitato, con Genny 2, era identica.
(chiedo alla storica volontaria del canile)
Anche Genny 2 è stata abbandonata qui davanti un pomeriggio no?
Sì, è come se ogni tanti anni qualcuno ne lasciasse una uguale qui al canile.
Magari la stessa persona, che alleva cani simili, parenti.
(Age torna alla carica)
Mamma, chissà quanti anni passeranno prima che ricapiti..
Hai ragione. Chissà dove sarò io per allora. Ci penserai tu. Quando arriverà Genny 3, se io non potessi farlo, te ne occuperai tu, promesso?
Promesso.
Se prendi una pagina nuova e pensi di riempirla di parole invece che di biscotti lo stomaco, ti trovi di fronte alla stessa ingenua questione. Cosa c’è che non va.
Va tutto bene, la quotidianità impazza ed è popolata di gente senza livore e piena di attenzioni.
Se dovessi scrivere l’ultima pagina cosa diresti a tutti loro. Ci pensi già da qualche tempo, da quella domenica di grande affaticamento in cui hai pensato che c’è sempre un giorno in cui tutto comincia a finire. Inizia con un momento di difficoltà, oppure con una grande scoperta, una rivelazione, che ti trafigge la mente e crea un tale sconquasso da mettere in moto ciò che, contro di te, giace in attesa.
Potrai solo confermare che ogni momento, telefonata, caffè, e-mail, sigaretta, sguardo, sorriso o carezza sulla nuca è stato vissuto con grande attenzione e che un miliardo di pensieri sono andati componendosi in questi anni nella loro direzione. E che ben pochi avranno avuto un pubblico così folto, così partecipe, così addolorato, così variegato e così composto.
Non vi sarà modo migliore di dire grazie.
Mamma? Ma zia Lella è più piccola o più grande di te?
Più grande, di un anno.
Davverooo?? Ah.
Perché, pensavi..
Pensavo che fosse più piccola e anche la tua amica Piro, oh, pensa, credevo che fosse più giovane di te!
(…)
E’ per i vestiti, penso.
Perché, mi vesto da vecchia.
Nooo, è che ti vesti quasi sempre di nero..
Per comodità.
Sì sì. Sarà per i tacchi, ecco.
(grunt)
C’era quel ragazzo, giovane imprenditore. Aveva un'agenzia di modelle. Quella volta mi ha detto “se ti stanchi di lavorare qui, vieni da me”. Sarei stata bene. In mezzo a tutta quella bellezza senza poter competere. Sarei stata un’amica, una sorella. Peccato.
E quell’altra volta che mi telefonò Monica per dirmi “la segretaria di produzione se n’è andata, vieni tu, dai”. Sarei dovuta partire il giorno dopo. Ho avuto paura. Non avevo mai fatto un film. Chi era? Lucchetti? Qualcuno del giro di Moretti, comunque.
Moretti fermo sotto casa nostra qualche tempo prima, peccato che lei non l’abbia fatto salire.