Mi chiama la mia migliore amica da Bologna.
Come va, mi chiede.
Come vuoi che vada. Ale’ Ale’, rispondo io.
Ci mette due secondi a capire, poi ride.
C’era da aspettarselo, aggiunge.
Certo, con quella faccia da prete come antagonista, grugnisco io.
Ma come je venuto in mente, chiede lei imitando il mio dialetto.
Un branco di matti, concludo.
Proprio tu lo dici, alza il tiro.
Proprio io, che c’entra, non mi sono mica mangiata il cervello del tutto.
Eppure quando ti svegli non sai mai che giorno è, la butta sullo scherzo.
E’ vero, mi è successo anche stamattina, si chiama stress.
Secondo me si chiama anche malattia neurologica degenerativa.
No, precisamente si chiama demenza progressiva invalidante.
Scherzi a parte, ti lascio, ciao vado al lavoro.
Certo, ma, mi hai chiamato per?
Per farti un salutino, sapevo che era una giornata difficile per te (Ale’)
Si già, davvero. Grazie.
Bacino.
Erano vicini, si parlavano. Lei, decisamente sovrappeso, i capelli incolti, gli abiti sformati. Lui, i capelli ricci, brizzolati, disordinati, i vestiti un po’ sporchi di un uomo appena uscito dal lavoro. Non erano belli, affatto, ma si sorridevano in modo particolare. Lei aveva uno sguardo ammirato, acconsentiva, cordiale, al discorso dell’uomo. Lui gesticolava, preso. Si guardavano come se si vedessero per la prima volta, in quella particolare condizione di rispetto preliminare, oltre il quale tutto è possibile. Io ero in auto, ferma ad un semaforo. Ascoltavo la recente canzone di Timbaland, Too Late to Apologize, e li osservavo, lieta. Quando le auto davanti a me ripresero la marcia, li lasciai al loro incontro, con la speranza che si sarebbero rivisti, magari anche riconosciuti.
L’ho incontrato dopo che era stato nella gabbia per 48 giorni.
Senza mangiare? Sarà stato uno scheletro.
Era magrissimo, sì. Sembrava malato. Ma è uscito dalla gabbia per alcune settimane. L’ho conosciuto tramite un amico. Gli ho chiesto perché avesse deciso di guadagnarsi da vivere così e lui mi ha risposto che aveva lavorato per il governo per alcuni anni, nel campo dei trasporti. Ma poi ha lasciato il lavoro.
E’ stato licenziato perché non era nazionalsocialista?
No, ha lasciato il lavoro perché non poteva accettare i loro valori e non poteva lavorare per il loro governo. Ma aveva un figlio e aveva bisogno di soldi. Ma dovunque cercasse non trovava nulla che non fosse già stato infettato dal Partito. Così ha scelto l’unico lavoro che potesse fare senza perdere la sua integrità. E’ diventato un artista della fame. Era un lavoro puro. Che non poteva essere corrotto, Era l’unica cosa che potesse fare qui mantenendo la sua integrità. E sai quante persone vengono a vederlo. Migliaia. Migliaia di persone vengono a vederlo perché lui è onesto e ormai è rimasta pochissima onestà nelle nostre vite.
La purezza dei pensieri, il rigore degli ideali.
Da non mescolare mai con la realtà, con le cose di tutti i giorni. O meglio, essere dentro i particolari, osservare, credere e coltivare un’idea.
Nel momento in cui questa si rivolge al grande pubblico, viene contaminata e perde il suo peso specifico. Ecco come vive la piccola percentuale residua.
Dobbiamo loro rispetto, evitare gli insulti di cui si cibano in queste ore.
Putrefatti, può darsi.
Vecchi, è realistico.
Armati, mai.
Intanto, qualcuno, rispolvera misure impopolari. Chissà di cosa si tratta. Forse ci aspettano dieci anni da brivido, con la paura che vengano a prenderci a casa.
La purezza, l’odore, vale davvero tutto questo?
L’umiltà di aver sbagliato, spero tocchi a me.
Papà, ti porto un fiore, dopo tanto tempo.
Lo sai anche tu che non vengo spesso, ma solo nelle occasioni speciali.
Ogni tanto, quando c’è un sogno che si realizza.
Oppure uno che se ne va via.
Oggi, forse lo vedi, il cielo è grigio e minaccia pioggia, come fa da settimane. Mi spiace sai, non portarti buone notizie.
Avevamo un sogno a portata di mano, noi che sappiamo stare in mezzo, tra gli ideali e la realtà. Quasi che, verso la fine, abbiamo anche sperato.
Invece abbiamo perso.
Eppure dicono di noi che siamo marci.
E’ da stamattina che questa, nuova, parola sta immobile in mezzo al mio cervello.
Non solo qualche sconosciuto, ma certamente anche tanti altri lo staranno pensando.
Capisci papà, marci.
Questo è il Paese dove nessuno crede alle morti naturali, ma questo è successo. Bene, male, giusto, sbagliato, ma così è andata. E’ sempre ingiusto morire, come quella giovane donna, esponente del Pd, amica di mia sorella, l’altra tua figlia, che l’altra sera ha attraversato la strada per andare a comprare la pizza. Non è neppure arrivata dall’altra parte. Due macchine l’hanno falciata. Non ha nemmeno votato. Non ha nemmeno seguito la giornata elettorale. Non ha nemmeno sofferto per l’esito finale. E’ morta sul colpo. Non è giusto, sono d’accordo.
E’ andata così. Non possiamo farci nulla, papà.
Papà, non ci sono più comunisti in parlamento, e nemmeno socialisti.
L’Italia ha votato in modo strano, diverso.
Sarà accaduto anche per qualche personalismo di troppo, per qualche errore tattico degli ultimi due anni, per aver avuto un’occasione unica, un’onda fantastica davanti, senza saper surfare. O senza voler surfare.
No, papà. La colpa è solo nostra.
I traditori siamo noi che ci siamo lasciati affascinare dalla lotta armata solo per un po’. Nostra, papà, che Biagi non lo possiamo più nemmeno odiare, perché è morto. Mia papà, che ho creduto in un uomo solo, invece che alla politica.
Alle sue parole possibili, vere, concrete.
E sono qui, circondata da nemici nuovi a perdermi nella tristezza della retorica, piuttosto che in quella dei fatti.
Il Partito Comunista, papà, non esiste più e la colpa forse è anche mia che volevo un’Italia nuova. Ecco cosa sono venuta a dirti oggi.
Sono convinta che tu, operaio del Cantiere trasferito in mezzo al Mare del Nord, sarai molto più sereno di me, perchè avevi capito tanto tempo fa che le cose stavano cambiando.
Tu forse mi diresti che dobbiamo morire per capire cosa c’è oltre la vita. Adesso, questo ci tocca, il buio, ancora una volta.
Un tunnel scuro, spaventoso, più delle altre volte.
Papà, sono quasi dieci anni che sei morto e non è cambiato niente.
E’ tutto come quando c’eri tu.
29 Aprile 1998, 15 Aprile 2008, papà.
E’ tutto come quando c’eri tu.
Non vinciamo mai, nemmeno quando non perdiamo.
Non ce la facciamo papà, non ce la facciamo mai.
Mi dispiace tanto. Per tutti, papà. Ho tanta paura.
Papà, ti ho portato un fiore, dopo tanto tempo. Scusami.
Spero di portarti qualche buona notizia, la prossima volta.
Cade la pioggia e tutto lava cancella le mie stesse ossa
Cade la pioggia e tutto casca e scivolo sull’acqua sporca
Si, ma a te che importa poi rinfrescati se vuoi
questa mia stessa pioggia sporca
Dimmi a che serve restare lontano in silenzio a guardare
la nostra passione che muore in un angolo e
non sa di noi non sa di noi non sa di noi
Cade la pioggia e tutto tace lo vedi sento anch’io la pace
Cade la pioggia e questa pace è solo acqua sporca e brace
c’è aria fredda intorno a noi abbracciami se vuoi
questa mia stessa pioggia sporca
Dimmi a che serve restare lontano in silenzio a guardare
la nostra passione che muore in un angolo
E dimmi a che serve sperare se piove e non senti dolore
come questa mia pelle che muore e che cambia colore
che cambia l’odore
Tu dimmi poi che senso ha ora piangere piangere addosso a me
che non so difendere questa mia brutta pelle
così sporca tanto sporca come sporca questa pioggia sporca
Si ma tu non difendermi adesso tu non difendermi adesso
tu non difendermi piuttosto torna a fango si ma torna
E dimmi a che serve restare lontano in silenzio a guardare
la nostra passione non muore ma cambia colore
tu fammi sperare che piove e senti pure l’odore
di questa mia pelle che bianca e non vuole il colore
non vuole il colore no.. no..
La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
scrivi tu la fine io sono pronto
non voglio stare sulla soglia della nostra vita
guardare che è finita
nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi
e ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi
la strada che noi abbiamo fatto insieme
c’è tanto sulla pietra il nostro seme
a ucciderci a ogni notte con rabbia
gocce di pioggia calde sulla sabbia
amore, amore mio questa passione passata come fame ad un leone
dopo che ha divorato la sua preda e abbandonato le ossa agli avvoltoi
tu non ricordi ma eravamo noi
noi due abbracciati fermi nella pioggia mentre tutti correvano al riparo
e il nostro amore è polvere da sparo è solo un battito di cuore
e il lampo illumina senza rumore e la mia pelle è carta bianca per il tuo racconto ma scrivi tu la fine io sono pronto
Negramaro ®
-----Messaggio originale-----
Da: DP [mailto:XXXX
Inviato: sabato 12 aprile 2008 12.08
A: dan; danp; stanz
Oggetto: il dado e` tratto...
Ciao cari.
Domani andrete a votare, immagino.
Io partiro` alla volta di Heidelberg invece.
Al momento bevo un latte macchiato
e mangio l'ultimo dei tre Mozartkugeln nel tubo.
Il quotidiano principale di qui aveva in prima pagina
le foto di Berlusconi e Veltroni: che scriveranno Lunedi` notte?
La paura del buio e` tornata.
Un abbraccio,
Dan
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"La Terra e` di destra, l'Universo e` di sinistra."
(Da "Margherita Dolcevita" di S. Benni)
Mi sembra di avere la febbre, la testa è pesante, i pensieri leggermente confusi. Ogni tanto mi piomba addosso la parola Domani. Come se domani fosse l’ultimo giorno della mia vita, la sensazione è quella. O come se avessi l’esame di stato o come se domani dovessi telefonare al ragazzo che ho messo sotto anni fa.
La mia migliora amica non vota come me. E’ la prima volta che capita. Sono davvero molto colpita.
Mia cugina non ha votato, non era mai successo.
Non ho insistito, ma le ho chiesto di pensarci ancora su, di non perdere la speranza, di non farci prendere in trappola senza nemmeno tentare di scappare dalla rete.
L’unico conforto per me è lo Svedese. Non vota da 14 anni, ma domani andrà. Siamo anche andati a prendere la tessera elettorale. Vota per via delle amministrative, dove uno dei suoi migliori amici è candidato. Per l’occasione ha deciso di votare anche per il governo. Ha deciso che voterà come me. Questo ha dell’incredibile. E’ la prima volta da quando siamo insieme. Sto pensando, forse mi ama davvero.
Domani.
Si avvicina la lunga notte.
Sembra ieri, che scrivevo mail disperate perchè non si capiva nulla e stavo male, stavo male.
Quante lacrime, in questi anni. Lacrime sì, dolore puro.
Vivo nell'incubo di un Cile, di un'Argentina italiana.
Oggi, il mio solito amico-nemico Nep mi ha salutata "Ci vediamo mercoledì".
Poi si è voltato e ha aggiunto "No, con te ci vediamo tra cinque anni".
Io soffro, ma non ci crede nessuno. O forse sì, ma fanno tutti finta di niente.
I pazzi si trattano così, con leggerezza.
Ciao a tutti,
sono arrivato questa mattina ad Addis Abeba, sano e salvo dopo avere vissuto splendide emozioni nel nord del Kenia e nel sud dell'Etiopia.
La salute sembra a posto a parte il nervo sciatico che pare peggiorare a volte. Non e' stato semplice. Le strade in Kenia ed in Uganda sono molto sconnesse e ad ogni sobbalzo a volte seguiva una fitta che arrivava al cervello. Ma sono qui.
Domani entrerò in missione. Farò il missionario per una decina di giorni. Data del rientro 17 aprile.
Lasciata Nairobi, portando con me indimenticabili ricordi al Masai Mara, ho raggiunto Nakuru, teatro degli scontri durante il periodo post-elezioni. Successivamente, ho raggiunto Maralal dove con una guida abbiamo visitato alcuni villaggi di etnia Samburu. Ho dormito con la famiglia del fabbro, l'unico che per tradizione e da generazioni forgia lance, accette, monili e quant'altro per l'etnia a cui appartiene. Ho poi raggiunto il lago Turkana dopo due giorni, dormendo lungo la strada a causa della rottura del Land Rover e aspettando molte ore prima di trovare un mezzo che mi portasse nel villaggio seguente. La fortuna è venuta in mio aiuto a Loyangalani, un piccolo villaggio vicino al lago Turkana, dove ho incontrato una coppia di olandesi con i quali, nei giorni seguenti, ho raggiunto Marsabit. Abbiamo trascorso insieme due splendidi giorni in compagnia dell'etnia El Molo sulle sponde del lago Turkana, affogati dai bambini con i quali abbiamo trascorso buona parte del tempo in giro per il villaggio e dormendo sotto le stelle vicino la casa del capo villaggio. Non dimenticherò mai quei visi e quegli occhi, vivi nella loro disperazione, costretti dal destino a bere l'acqua del lago Turkana che contiene un’alta percentuale di fluoro e che nel tempo deforma le loro ossa, soprattutto nelle persone anziane, costringendole a camminare in modo alquanto innaturale. Alcuni bambini purtroppo ne sono già affetti. Alcuni di loro sono bellissimi. Qualcuno ha iniziato a costruire una specie di acquedotto da Loyangalani fino al loro villaggio distante 12 km, ma il lavoro si e' interrotto inspiegabilmente quando mancavano appena due chilometri. E' un luogo dimenticato da Dio (anche se non sono credente) dove, durante la stagione asciutta, le temperature raggiungono anche i 50 gradi e l'acqua e la vegetazione sono praticamente assenti. Ora sta iniziando la stagione delle piogge e un poco di acqua arriverà spero. In quei posti ci lasci l'anima. Grazie agli olandesi ho raggiunto Marsabit lungo la trans-east african highway che da Nairobi porta a Moyale.
Indicibili ricordi ai pozzi Borana dove 4 o 5 uomini portano l'acqua dal fondo del pozzo fino alla superficie attraverso mezze taniche cantando canzoni tradizionali borana. Tante donne nelle loro vesti multicolori aspettano il loro turno, precedute dalle mucche e dai muli che hanno la precedenza. Qualcuno sgarra e allora il controllare con un frustino le ricaccia addietro. Il pozzo dista dalla città circa 4 km e tutti i giorni le persone devono fare questo tragitto per andare a prendere l'acqua.
Da Marsabit, con un camion che trasportava succhi di frutta in polvere a Moyale, ho raggiunto questa cittadina al confine con l'Etiopia dopo circa 12 ore di sobbalzi e circa 280 km di strada sterrata, a volte in pessime condizione a causa delle piogge. Da Moyale con un pick-up raggiungo la cittadina di Dubuluk. Ho voglia di ritornare ad El Sod dove ero stato due anni prima in compagnia di due cari amici e vivere due giorni con la popolazione locale di etnia Borana.
E qui la fortuna ritorna in azione.
Circondato da un capannello di persone alle quali cerco di spiegare le mie intenzioni di raggiungere El Sod, nessuno parla inglese se non confuse parole. Donne, anziani, bambini e giovani intorno a me (almeno 20 persone) che, curiose, cercano di capire cosa stia succedendo. Il traffico e' limitato a pochi camion o a qualche raro autobus. Ma fortunatamente dal nulla spunta la jeep di CARE, una ONG che sta andando proprio a El Soda per recuperare due dei suoi uomini. C'è molta carestia di cibo a causa della scarsità di pioggia e molti capi di bestiame sono morti per l'assenza di vegetazione. L’ONG assiste la popolazione con balle di paglia. Due giorni ad El Soda sono stati entusiasmanti quanto durissimi. Essendo l'unico straniero tutte le persone erano curiose di parlare con me, soprattutto i bambini, il problema era che quasi nessuno parla l'inglese e mi facevano ripetere in continuazione le poche parole in lingua oromo che conosco. Potevo rimanere solo soltanto se andavo a dormire o se andavo al cesso. Sfortunatamente sono stato stitico per quasi tutto il tempo che sono rimasto al villaggio, quindi praticamente sono diventato mezzo scemo. Ora capisco come si sentono gli animali in gabbia; non amo gli zoo. Non andateci. Pensate a quegli animali che sono costretti a vedervi. Io ero come loro. Dopo due giorni ho deciso di fermarmi a Dubuluk per tutto il giorno visto che era il giorno di mercato. Stessa storia di El Sod. Le emozioni vissute saranno indelebili, ma forse mi sono giocato un po' di cervello. Dopo Dubuluk in due giorni sono arrivato qui ad Addis Abeba dove la povertà e' talmente tangibile da rimpiangere i piccoli e poveri villaggi dove sono stato.
Sono tante ragioni per essere venuto in Africa e forse altrettante sono quelle, ora, per scapparvi. La qualità del cibo e' veramente scadente, ogni giorno ci sono richieste di denaro, di sostegno e non hai mai la possibilità di restare solo se non in compagnia degli ippopotami - che a volte rimpiango. Il clima torrido è insopportabile, le malattie che ipoteticamente potresti prendere sono infinite (spero di essere abbastanza forte di non averne prese nonostante non sia stato sempre attento), ma nonostante tutto, anche se adesso vedo tanti lati negativi, le emozioni saranno indelebili ed impagabili. Questo viaggio e' stato un CAPOLAVORO.
Questo sarà il mio ultimo messaggio prima di ritornare a casa.
Un abbraccio a tutti e a molto presto. Ulio.